
Vercelli - 26 MAGGIO 2007
Il
26 maggio 2007 è stata davvero una giornata storica per Vercelli e per la Chiesa eusebiana.


Prima,
al teatro Civico, il convegno sul dialogo tra le religioni con monsignor Machado, Elkann e Allam, presentato da Rosella, e la consegna
della cittadinanza onoraria al cardinale Bertone.
Nel
pomeriggio, in Duomo, presenti tre cardinali e 18 vescovi, l’ordinazione
episcopale del vicario Giuseppe Versaldi, a vescovo
di Alessandria. Servizi
Si
può definire «la giornata dei cardinali» perché ben tre erano presenti a
Vercelli per una serie di eventi
·
Innanzitutto la tavolta rotonda su «Incontrarsi...
i sentieri dell’intelligenza e dello spirito post moderno» organizzata
dal dott. P.G. Fossale, Assessore alla Cultura e
nostro Vice-Presidente.
·
Quindi la cittadinanza onoraria al segretario di Stato del Vaticano,
monsignor Tarcisio Bertone conferita dal Sindaco avv. Andrea Corsaro.
·
Ed infine l’ordinazione episcopale del vicario generale della diocesi vercellese, monsignor Giuseppe Versaldi,
a vescovo di Alessandria.
I
primi due eventi hanno avuto come sede il teatro Civico di Vercelli, mentre il
terzo si è svolto nel nel
pomeriggio dello stesso 26 maggio, in Duomo.
Partiamo
con il conferimento della cittadinanza onoraria a monsignor Bertone. Forse
pochi sono riusciti a fare tanto per Vercelli in così poco tempo.
Nominato
arcivescovo di Vercelli il 1° agosto del 1991, monsignor Bertone ha dato un
impulso decisivo alla rinascita di arcivescovado e seminario, dell’arte sacra
cittadina ma anche della Facoltà di Ingegneria, ed, in generale, della città.
Vercelli gli è sempre rimasta nel cuore ed i vercellesi
non l’hanno dimenticato. Ha ricevuto la cittadinanza onoraria al termine del
convegno al Civico.




Mons. Versaldi ordinato vescovo di Alessandria
Alla presenza di ben tre cardinali: Tarcisio Bertone
(Segretario di Stato), Severino Poletto (cardinale di
Torino) ed il polacco Zenon Grocholewski,
amico personale di Versaldi. E’ intervenuto anche
tutto l’episcopato piemontese (erano presenti 18 vescovi),
Monsignor Giuseppe Versaldi, vicario generale dell’arcidiocesi eusebiana, è stato ordinato vescovo di Alessandria ed è
stato un evento che, a Vercelli, non si celebrava da tempo immemorabile e che è
stato salutato da un Duomo gremito in ogni ordine di posti, anche con due
pullman di fedeli giunti da Alessandria.
Ordinante principale, l’arcivescovo di Vercelli
padre Enrico Masseroni, con a
latere il vescovo emerito di Alessandria Fernando Charrier ed il vescovo emerito di Cuneo e Fossano Natalino Pescarolo.
La cerimonia è incominciata alle 16 e si è conclusa
dopo le 18,30, quando il neo vescovo ha attraversato la navata centrale per
salutare i fedeli.
Tra le tante autorità presenti (con i due sindaci: Andrea Corsaro di Vercelli e Mara Scagni
di Alessandria), e i numerosi fedeli anche la famiglia di monsignor Versaldi, con l’anziana madre, novantenne.
Era naturalmente presente anche una nutrita
delegazione dell’AMCI, guidata dal Vice-Presidente Nazionale Franco Balzaretti (che è anche
presidente della sezione AMCI di Vercelli),
Di
questa delegazione ne facevano parte, tra gli altri anche Eugenio
Ciconi Presidente del Forum Regionale delle Associazioni Socio Sanitarie,
Franco Zanardi presidente dell’AMCI di Alessandria e
numerosi altri dirigenti e soci vercellesi (tra cui Aguggia, Fossale, Aramini, Grigolon, Silvestri, Ferraris M., Coggiola, De Marino,
Silano etc….)
Ü Alcuni dirigenti dell’AMCI con mons. Versaldi
I cardinali, vescovi e
numerosissimi presbiteri sono arrivati in Duomo in processione, dal vicino
arcivescovado, mentre si innalzavano le note del Veni Sancte
Spiritus, antico canto attribuito a Stefano Langhton, arcivescovo di Canterbury del Duecento.
La cerimonia ha rispettato
rigidamente l’antico rituale: Versaldi ha ricevuto
l’imposizione delle mani sia da padre Masseroni sia
da tutti gli altri vescovi presenti, quindi ha ricevuto l’anello, la mitra e il
pastorale, quest’ultimo dal suo predecessore, Fernando Charrier.
Con le note del Te Deum, il rito di ordinazione si è
poi concluso.
Adesso monsignor Versaldi farà il suo ingresso ufficiale ad Alessandria
domenica 10 giugno.


DISCORSO
DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE
IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO
DELLA CITTADINANZA ONORARIA DI VERCELLI
Vercelli - Sabato, 26 maggio 2007
Eccellenza,
Illustri Autorità, Signor Sindaco, Cari Vercellesi,
Ricevendo la cittadinanza onoraria da questa città di Vercelli che ho
amato con cuore di Vescovo, e che è entrata nella mia memoria e nella mia
nomenclatura davanti a Papi e Cardinali, davanti a comunità di credenti e non
credenti sparsi nel mondo, desidero offrire alcune linee di riflessione, su
quattro punti.
1. La cittadinanza di Hierusalem
Nella rivelazione biblica, e nell'esperienza di moltitudini di credenti
fondati nella fede abramitica, la città simbolo è
"Hierusalem", la storica città
mediorientale, simbolo e segno della "città della pace", approdo
sicuro di ogni desiderio del cuore: una città luminosa e santa, che accoglie lo
Spirito di Dio e vive dei suoi doni. Tutti aspirano a
diventare cittadini di Gerusalemme: "Di te si dicono cose stupende, città
di Dio... Ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati. Si dirà
di Sion: "L'uno e l'altro è nato in essa e
l'Altissimo la tiene salda"" (cfr Salmo
86). A Gerusalemme si volgono le nostalgie degli esuli che hanno perso la pace
in terra di Babilonia.
Su Gerusalemme si impernia tutta la vita terrena di Gesù, Principe
della pace. Verso la Gerusalemme celeste, luogo della pace escatologica, si
muove finalmente tutta la storia universale.
Gerusalemme simbolizza la civitas Dei immaginata dall'africano Agostino d'Ippona: una città fondata sull'amore e non sull'odio.
Agostino nella sua opera parla di due diversi amori che hanno fatto due città
"la prima esalta nella sua gloria la sua testa; la seconda dice al suo Dio
"Tu sei la mia gloria anche perché levi in alto la mia testa [Salmi 3,
4]". Sulla prima domina la brama di dominio, nei suoi capi o in
quei popoli che sottomette; nella seconda al contrario servono nella
carità sia i capi consigliando, che i sudditi obbedendo. La prima predilige la
sua forza nei suoi potenti; la seconda dice al suo Dio: "Ti amerò, Dio,
mia forza"" (cfr
De Civitate Dei, XIV, 28).
Si tratta di due istanze che generano l'una l'amore di sé, di chi si
ritiene sapiente prescindendo da Dio, l'altra invece fa riferimento a Dio,
testimone di ogni coscienza. Occorre allora ricapitolare le categorie morali
che generano il "buon governo" di ogni città che voglia costruirsi
con i due poli di riferimento: Dio e l'uomo.
Ai giorni nostri, con l'Enciclica Deus
caritas est
, il Papa ha proposto di
aprire una nuova stagione di convivenza ripartendo da Dio amore e dall'amore
per il prossimo come certificazione della verità dell'amore per Dio. Dal cuore
dell'Occidente, in crisi per essersi allontanato dai suoi valori civili
fondativi - libertà, uguaglianza, fraternità anzitutto - mettendo a rischio la
sostanza stessa della democrazia, Benedetto XVI offre una via di uscita che
parte dal disarmo dell'odio che dimora nelle menti e nei cuori degli uomini.
Ma è sufficiente
il disarmo dell'odio per mettere in atto strutture giuste,
che rispondano alle grandi sfide spirituali e sociali che minacciano le nostre
comunità, per le quali ci sentiamo tutti in certo modo responsabili?
2. Le strutture
giuste per un ordine giusto nella società
Conviene allora
ascoltare quanto ha detto Benedetto XVI durante il suo recente viaggio in
Brasile, nel discorso rivolto all'episcopato latinoamericano. Le strutture
messe in atto per fondare una società giusta "non nascono né funzionano
senza un consenso morale della società sui valori fondamentali e sulla
necessità di vivere questi valori con le necessarie rinunce, perfino contro
l'interesse personale. Dove Dio è assente - Dio dal volto umano di Gesù Cristo
- questi valori non si mostrano con tutta la loro forza, né si produce un
consenso su di essi. Non voglio dire - sottolinea il
Papa - che i non credenti non possano vivere una
moralità elevata ed esemplare; dico solamente che una società nella quale Dio è
assente non trova il consenso necessario sui valori morali e la forza per
vivere secondo il modello di questi valori, anche contro i propri
interessi" (13 maggio 2007).
Gli sforzi moderni
di costruire una società più giusta sulla base del "come se Dio non ci
fosse", alla fine si sono rivelati un fallimento. A questo proposito il
Papa ha offerto una analisi acuta sulle derive che si
sono prodotte nella società. Tanto il capitalismo quanto il marxismo hanno
promesso che i loro sistemi avrebbero creato strutture giuste le quali, una
volta stabilite, avrebbero funzionato da sole senza il bisogno di una
precedente moralità individuale. Anzi, quelle stesse strutture avrebbero
promosso una moralità comune.
Ci sono rimaste
purtroppo delle tristi eredità: il sistema marxista, oltre l'oppressione delle
anime, ha lasciato distruzioni economiche ed ecologiche, mentre il capitalismo
ha creato distanze ancora più grandi fra ricchi e poveri, insieme ad una degradazione della dignità personale.
Si è posti così
davanti alla questione della recta ratio per cui le strutture giuste devono cercarsi ed elaborarsi
alla luce dei valori fondamentali, con tutto l'impegno della ragione politica,
economica e sociale (cfr discorso citato).
Per Benedetto XVI
i valori morali diventano evidenti solo se Dio esiste e allora ha invitato i
laici a riflettere se non valga la pena oggi di vivere
"come se Dio esistesse" (cfr L'Europa di
Benedetto, pp. 103-114). Vivere "quasi Deus esset"
ha un suo fascino universale perché non si tratta di un qualsivoglia Dio ma di un Dio Amore che contribuisce in maniera
positiva al superamento di tutte le paure della vita, ponendo gli esseri umani
prima delle leggi, per regolare il mondo in una forma umana condivisibile. Pur
se le diverse culture sono segnate da interpretazioni differenti della realtà,
esse stesse si connettono insieme, in profondità, nell'esperienza fondamentale
della condizione umana, intorno a domande sulla nascita e sulla morte, sul
lavoro, la malattia, l'ingiustizia sociale, la salvaguardia del nostro pianeta.
3. La Chiesa,
comunità dei credenti, nella città
Eccoci allora giunti al
terzo punto, che ci richiama alla nostra esperienza di Chiesa come comunità dei
credenti, nel contesto della nostra città. Da quanto detto fin qui appare
evidente che parlando di Chiesa non si intendono le antiche e gloriose mura di
pietra che stanno nel cuore urbanistico della città, ma della comunità dei
credenti, uomini e donne che costituiscono le "pietre" di una realtà
vivente e palpitante.
In una bella
lettera pastorale il Cardinale Tettamanzi, quando
ancora era mio predecessore come Arcivescovo di Genova, ha commentato la
parabola di Gesù sul desiderio degli abitanti della città di costruire una
torre, per la quale occorre prima mettersi seduti per progettarla e calcolarne
la spesa, altrimenti non si arriva a compimento e si viene
derisi dalla gente (cfr Luca 14, 28-30).
"Questa torre, di cui parla l'evangelista Luca, può essere considerata il
simbolo della città che siamo chiamati a costruire. La torre è una realtà
complessa e unitaria, globale e articolata.
È fatta di tanti
elementi, dalla sabbia e dal cemento, dai mattoni e dalle pietre; è destinata a
diversi servizi e presenta una forma che la rende riconoscibile. Per questo può
essere davvero l'immagine di una città e del suo sviluppo ordinato e
concatenato". E poi continuava ancora il Card. Tettamanzi:
"Mi viene spontanea alla mente la frase biblica, che per la verità
riguarda direttamente Gesù Cristo: "la pietra che
i costruttori hanno scartato è divenuta la pietra angolare (1 Pietro 2,
7). Come a dire che nella costruzione della città non si deve scartare nessuna
pietra, perché ogni pietra - anche quella apparentemente meno importante - può
rivelarsi utile e necessaria: sto pensando, ad esempio, alle famiglie che si
prendono a cuore gli anziani e i malati, alle donne che si sobbarcano a un
doppio lavoro con la fatica fuori e dentro la casa, alle colf extracomunitarie,
ecc." (Città di Genova, Il
futuro è nelle tue radici, 19 marzo 2002).
Ma, che cos'è
dunque una comunità? Il nome deriva dal concetto dei "munera"
romani. Munus per i nostri lontani avi era
obbligo-dovere, ma anche dono-prestazione volontaria
in un progetto di vita caratterizzato da un'etica che ha come fine il bene
comune.
La Chiesa che vive
"nel cuore della città", vive accanto alle sue famiglie, nel cuore
delle sue istituzioni, dentro il flusso della vita quotidiana, feriale e
festiva, del lavoro, del progresso, della cultura, della civiltà di quella data
terra. I cristiani nella città dell'uomo, sono concittadini e dunque
corresponsabili in tema di pace, di socialità, di educazione delle nuove
generazioni, di cultura, in un servizio disinteressato all'uomo e al suo
destino; con quel timbro di profezia che il cristianesimo offre nel considerare
i valori fondamentali, perché, è bene dirlo chiaramente, in tema di difesa
della vita in ogni momento del suo sviluppo dal concepimento alla morte, non
sempre si trovano promotori al di fuori dalla severa e
ferma dottrina della Chiesa.
Con tutta
chiarezza Benedetto XVI sottolinea che "la società giusta non può essere
opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia
l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e
della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente" (Deus caritas est
n. 28). Formare le coscienze, educare alle virtù individuali e politiche è
compito fondamentale della Chiesa, e i laici cattolici non possono eludere il
loro compito di essere presenti nei luoghi dove si formano i consensi per
l'instaurarsi di una società più giusta.
I cristiani
diventano allora coscienza critica nella città. Il Vangelo diventa quel faro
dal quale attingere la luce per una concordia costruttiva e dialettica
nell'unità, per illuminare il buio dei dissidi e delle difficoltà familiari e
sociali, per far crescere il rispetto reciproco e la perseveranza nell'amore.
La Chiesa chiede alla città di non trascurare questa voce e di ascoltarla
attraverso le donne e gli uomini cristiani che la abitano, compresi
naturalmente i pastori.
4. Il Vescovo e
la città
Il quarto punto
che vorrei brevemente sviluppare riguarda l'azione pastorale del Vescovo nel
contesto della città, o diocesi, affidata alle sue cure. Teologicamente la
figura del Vescovo è ben delineata nella storia della Chiesa universale e delle
singole Chiese locali. Egli è successore degli Apostoli e assicura la
continuità del mandato di Cristo nel corso dei secoli come ministro della
Parola, della liturgia, del governo come pastore proprio della porzione del
popolo di Dio che gli è affidata.
Il Vescovo è un
pellegrino che cammina insieme a tutti, immergendosi
con discrezione dentro la dimensione quotidiana, con i suoi chiaroscuri di
gioia e di sofferenza, per cercare una sintesi più alta, illuminata dalle
istanze del Vangelo. Egli si definisce in relazione con una data diocesi: in
tutte le positività, le ambiguità, le contraddizioni proprie di ogni contesto,
in grado di reagire alle provocazioni più drammatiche con continuità di impegno
civile e morale.
Un esempio
conosciuto da noi è quello di Sant'Eusebio, la cui figura è stata trattata in
Convegni di alto livello, alcuni dei quali da me promossi durante il mio
ministero vescovile in questa città. Sant'Ambrogio offre una preziosa
testimonianza nei confronti di Eusebio che esprime la singolarità del rapporto
che lega il Vescovo alla sua città: un rapporto dialettico, che richiama per
alcuni aspetti espressioni come quelle dell'antico scritto "A Diogneto", secondo cui i cristiani - pur abitando le
loro città come tutti gli altri cittadini - offrono l'esempio di una
"cittadinanza paradossale"; per loro, infatti, ogni terra straniera è
patria, e ogni patria è terra straniera.
Così Eusebio -
sardo di nascita e romano di formazione -, mentre fa sua la sancta plebs di Vercelli, vive in mezzo alla città come un monaco. Questo
tratto, evidentemente, nulla toglie al suo straordinario dinamismo pastorale
(Eusebio ha assai probabilmente istituito a Vercelli le pievi per un servizio
pastorale ordinato e stabile, e ha promosso i santuari mariani per la
conversione delle popolazioni rurali pagane): piuttosto, conferisce una
dimensione peculiare al suo rapporto con la città.
Un altro elemento
interessante è fornito dal commiato della famosa Lettera ai Vercellesi e ai
Piemontesi dove Eusebio chiede ai suoi figli e alle sue figlie di salutare etiam eos, qui foris sunt et
nos dignantur diligere: segno evidente che il rapporto del Vescovo
con la sua città non era limitato alla popolazione cristiana, ma si estendeva
anche a coloro che - al di fuori della Chiesa - ne riconoscevano in qualche
modo l'autorità spirituale.
Come Gesù ha amato
Gerusalemme, la sua città, così il Vescovo si adopera a donare tutto se stesso
per la salvezza delle persone a lui affidate, ma anche per contribuire allo
sviluppo della città terrena.
L'esperienza
della successione dei Vescovi di Vercelli lo dimostra: nella sua storia bimillenaria si è consolidata: 1) una solida alleanza col
Cristianesimo; 2) un rapporto fecondo tra Chiesa e società; 3) un rapporto
fecondo e positivo tra Chiesa e mondo del lavoro e della cultura.
Dalla memoria
gloriosa e meritoria, il passaggio all'oggi e al futuro è obbligatorio e
impegnativo. Non possiamo, oltre lo sviluppo di tipo economico, industriale e
lavorativo, la lotta alle forme di disagio sociale, il giusto rapporto con gli
extracomunitari, l'attenzione alla qualità della vita, non ricercare ed offrire
i valori morali e spirituali più profondi: il vero, il bene, il bello, il
giusto, il gratuito, l'onestà, l'amicizia, la solidarietà, la saggezza,
l'apertura all'infinito e all'eterno di Dio. È questa una urgenza
che non riguarda solo ogni singola persona, nella sua coscienza, ma la comunità
e dunque la città, come ricorda a tutti noi Vescovi e ai profeti
l'appello di Giona: "Alzati, va a Ninive la grande città [a Vercelli, ad
Alessandria...], e in essa proclama..." (Giona
1, 2).
Conclusione
Se le prospettive
poste da questa mia conversazione possono sembrare ardue, concludo con una
citazione di Claudio Magris tratta dal suo libro dal
titolo suggestivo: "Utopia e disincanto". Dice: "La fine e
l'inizio di millennio hanno bisogno di utopia e disincanto. Il destino di ogni
uomo, e della Storia stessa, rassomiglia a quello di Mosè, che non raggiunse la Terra Promessa, ma
non smise di camminare nella sua direzione.
Utopia significa
non arrendersi alla cose così come sono e lottare per
le cose così come dovrebbero essere; sapere che il mondo, come dice un verso di
Brecht, ha bisogno di essere cambiato e riscattato...
Utopia e disincanto, anziché contrapporsi, devono sorreggersi e correggersi a vicenda...
Il disincanto, che corregge l'utopia, rafforza il suo elemento fondamentale, la
speranza... che rischiara il grigiore del presente..." (Garzanti,
Milano 1999). E la speranza, ricordiamolo, è una virtù tipicamente cristiana,
da coltivare incessantemente.
