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VATICANA, 14 settembre 2007 -
E' moralmente obbligatoria la somministrazione di acqua e cibo ai pazienti in
stato vegetativo, anche permanente: lo afferma la Congregazione per la Dottrina
della Fede. La riflessione di mons. Elio Sgreccia
Somministrare
acqua e cibo a pazienti che versano nel cosiddetto “stato vegetativo” è
moralmente obbligatorio e ciò non può essere interrotto, almeno in linea di
principio, anche quando questo stato si prolunghi fino ad essere definito dal
punto di vista medico “permanente”. Sono i due concetti essenziali ribaditi in
un documento approvato da Benedetto XVI e reso noto oggi dalla Congregazione
per la Dottrina della fede, in risposta a quesiti sollevati in passato dai
vescovi degli Stati Uniti. I particolari nel servizio di Alessandro De Carolis:![]()
C’è
un magistero lungo 50 anni dietro le due risposte ad altrettanti quesiti pubblicate
dal dicastero della Dottrina della Fede sul modo di accudire i pazienti in
“stato vegetativo”. Un magistero che parte dai primi pronunciamenti in merito
di Pio XII, che nel novembre del 1957, ad un Congresso di Anestesiologia,
si soffermò sui principi etici generali riguardanti l’assistenza alle persone
colpite da malattia grave e sui mezzi giudicati necessari per preservare la
salute e
Inoltre,
nell’affermare che la somministrazione di cibo e acqua è moralmente
obbligatoria “in linea di principio”, la Congregazione della Dottrina della
Fede - si legge ancora nella nota di commento - “non esclude che in qualche
regione molto isolata o di estrema povertà l’alimentazione e l’idratazione
artificiali possano non essere fisicamente possibili”. Ciò però, si asserisce
subito dopo, non fa cadere “l’obbligo di offrire le cure minimali disponibili e
di procurarsi, se possibile, i mezzi necessari per un adeguato sostegno
vitale”.
Non
si esclude neppure che, per complicazioni sopraggiunte, il paziente possa non
riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando così del tutto inutile
la loro somministrazione. Infine, conclude la nota, “non si scarta
assolutamente la possibilità che in qualche raro caso l’alimentazione e
l’idratazione artificiali possano comportare per il paziente un’eccessiva
gravosità o un rilevante disagio fisico legato, per esempio, a complicanze
nell’uso di ausili strumentali”.
Nutrire
e idratare un malato in stato vegetativo è dunque un atto di naturale umanità e
non un “atto medico”. Su questa distinzione, e sulla possibilità che
un’omissione di aiuto possa configurarsi come eutanasia, Alessandro De Carolis ha sentito il presidente della Pontificia
Accademia per la Vita, il vescovo Elio Sgreccia:
R.
- Il documento del 1980 sull’eutanasia, quando si tratta di interventi
terapeutici diretti a rimuovere un fatto acuto di malattia, parla di
“proporzionalità” e “sproporzionalità” dei mezzi, e inoltre parla anche di
“carattere ordinario” o “straordinario” per quanto riguarda le possibilità del
paziente di affrontarli. Ma queste distinzioni si riferiscono agli interventi
terapeutici. Oltre ad essi, accanto al letto del malato e per il malato, si
deve praticare l’assistenza, cioè il sostegno vitale, il superamento del
dolore. Non sono, questi, interventi diretti a guarire il paziente, perché il
paziente nel caso dello stato vegetativo permanente non sempre guarisce. Si
tratta, invece, di assisterlo con le “cure ordinarie”, ovvero quelle cure alle
quali qualsiasi uomo ha diritto: il bambino appena nato, noi che siamo adulti,
che lavoriamo e abbiamo bisogno di essere nutriti, e anche il morente, che ha
il diritto di ricevere queste cure, che sono un diritto di tutti. Non sono,
ripeto, interventi terapeutici, ma sono cure. Anche se non sempre servono a
guarire, servono sempre a lenire la sofferenza, e nel momento della morte a
soffrire di meno. Per questo, c’è l’obbligo di somministrarle fino alla fine.
Purché, certo, il paziente sia in grado di riceverle: se il paziente è in uno
stato tale che somministrando acqua o cibo questo non viene più ricevuto ciò
non è più da considerare acqua e cibo.
D.
- Questo documento si pone sul crinale etico che distingue tra il rispetto
della inviolabilità della vita umana - visione prettamente cristiana - e quello
invece dell’“aiuto a morire”, che il Papa durante il suo recente viaggio in
Austria ha definito “in aumento preoccupante”. Qual è il suo pensiero?
R. - Attraverso certe formulazioni di dignità della morte, di aiuto a
morire, spesso si nascondono atteggiamenti eutanasiaci.
Mai si deve per pietà interrompere una vita che può essere sostenuta. Gli altri
interventi - le vere e proprie terapie - vanno somministrati secondo la
proporzionalità, secondi dei criteri di ordinarietà:
ma mai interrompere volutamente la vita, anche se si prevede che essa durerà
poco o si pensa che non si possa fare più niente dal punto di vista
terapeutico.