PERCHÉ NON SI POSSONO INTERROMPERE A CHIUNQUE I SUPPORTI
VITALI
Sfamare
e dissetare. Verbi umanissimi e irrinunciabili
ROBERTO
COLOMBO
Per affrontare
ragionevolmente e onestamente una questione di vita o di morte dell’uomo si deve essere consapevoli che, nel
contesto culturale e sociale odierno in cui la medicalizzazione dell’inizio e
della fine della esistenza fa parte della quotidianità familiare, le parole del
linguaggio ordinario pronunciate da chi indossa un camice bianco portano il
peso di concetti non comuni, mutuati dalla conoscenza biologica e clinica della
fisiopatologia umana.
Così, il pur necessario
processo di mediazione culturale tra il sapere scientifico e quello del
cittadino non iniziato alla pratica medica può nascondere il tranello di
ambiguità interpretative aperte a possibili manipolazioni dell’opinione
pubblica in funzione del raggiungimento di una pressione popolare su alcune
proposte normative.
Tutti i cittadini,
indipendentemente dal loro grado di istruzione, possono e debbono partecipare
al processo di formazione del corpus legislativo attraverso l’espressione del
loro consenso o dissenso nelle forme previste dalla Costituzione. Ma, affinché
questa partecipazione sia consapevole e libera, essi devono ricevere
un’informazione corrispondente alla realtà che è oggetto del contendere:
un’informazione che, come vuole la retta ragione, mostra la realtà secondo
tutti i suoi fattori e non secondo l’idea che sulla realtà è stata proiettata
dallo scopo che si intende raggiungere attraverso la mobilitazione
dell’opinione pubblica.
La responsabilità di
questa informazione realistica e ragionevole è tanto maggiore quanto più
elevata è l’autorevolezza di chi parla (e, dunque, il credito accordato
dall’ascoltatore) e la risonanza del mezzo di comunicazione. Se, come appare
sempre più probabile, si giungerà ad un dibattito parlamentare e pubblico sulla
volontà anticipata di rinuncia ad alcuni trattamenti sanitari, ci auguriamo che
i termini usati nella discussione della delicata e complessa questione medica,
sociale, etica e giuridica ed introdotti nell’articolato dei disegni di legge
siano portatori di un significato univoco e condiviso circa il loro riferimento
al reale e contestuale stato clinico dei pazienti, all’oggetto degli atti medici
cui si intenderebbe rinunciare, ed alle conseguenze che tale rinuncia avrebbe,
qualora accolta, sulla vita del soggetto che la formula. Alcune avvisaglie, già
in questi giorni, fanno presagire che ciò non sia affatto scontato.
Taluni sostenitori
della tesi che anche l’idratazione e l’alimentazione possano divenire oggetto
di rinuncia da parte dei pazienti o di chi li rappresenta, rinuncia cui il
medico avrebbe il dovere di acconsentire attuando un intervento di discontinuazione del supporto nutrizionale, affermano che
la somministrazione per via enterale o parenterale di
liquidi contenenti sostanze metabolicamente
indispensabili al paziente poco o nulla avrebbe a che vedere con gli atti del
'bere' e del 'mangiare' e con i corrispettivi bisogni umani fondamentali della
'sete' e della 'fame', sui quali – a loro dire – farebbe leva la Chiesa per
negare la liceità della interruzione di tali supporti vitali, salvo il caso in
cui, a motivo del degenerare delle condizioni delle sue condizioni cliniche,
«il paziente possa non riuscire ad assimilare il cibo e i liquidi, diventando
così del tutto inutile la loro somministrazione» (Congregazione per la dottrina
della fede, 2007).
Nell’affermazione del
cardinale Bagnasco attraverso la quale, rispecchiando una evidenza della
ragione medica e un costante insegnamento pontificio, egli ricorda che
l’alimentazione e l’idratazione, anche in un contesto clinico, sono
«universalmente riconosciuti come trattamenti di sostegno vitale,
qualitativamente diversi dalle terapie», non vi è nulla di immaginario,
sentimentale o emotivo.
La Chiesa conosce che
infondere in vena una soluzione isotonica contenente elettroliti non è bere un
bicchiere d’acqua e far giungere nell’apparato digerente, attraverso una sonda
gastrica, alimenti omogeneizzati o diete polimeriche e monomeriche
non è mangiare una piatto di spaghetti o una bistecca. Ma l’oggetto dell’atto
dello sfamare e del dissetare è identico: fornire gli elementi nutrizionali
indispensabili per il metabolismo dell’organismo umano ed il mantenimento
dell’omeostasi. Anche lo scopo non è diverso da quello del servire a tavola:
rispondere ad un bisogno alimentare essenziale dell’uomo, in qualunque
circostanza si trovi. Ciò che cambia è solo la via di somministrazione (che in
questi pazienti non può essere quella orale) e la forma degli alimenti (già
parzialmente o interamente digeriti).
È la stessa scienza
della nutrizione umana a fornire una preziosa evidenza della ragionevolezza
della distinzione tra terapia medica e chirurgica, cui in talune circostanze il
paziente può rinunciare, e idratazione ed alimentazione, che non possono venire
deliberatamente sospese senza causare intenzionalmente la morte per eutanasia.