DIONIGI  CARD.  TETTAMANZI

ARCIVESCOVO  DI  MILANO

 

 

 

Messaggio di S.E. il Cardinale Dionigi Tettamanzi,

Arcivescovo di Milano e Assistente Nazionale dell'Associazione

Medici Cattolici Italiani (AMCI), ai medici cattolici riuniti per la

Conferenza Organizzativa del Nord Italia

Vercelli  27-28  febbraio  2004

 

 

Carissimi medici,

 

a Voi tutti, riuniti presso il Seminario Arcivescovile di Vercelli per la Conferenza Organizzativa del Nord il 27 e 28 febbraio 2004, il mio cordialissimo saluto!

 

Lo rivolgo innanzitutto a S. Ecc. Mons. Enrico Masseroni, Arcivescovo di Vercelli e al dott. Franco Balzaretti, vice presidente nazionale dell'AMCI, che generosamente ha provveduto ad organizzare i lavori della Conferenza. Un saluto particolare poi ai dirigenti nazionali presenti ai lavori.

 

Vi ringrazio per l'invito che mi avete rivolto a partecipare ai vostri lavori, ma impegni pastorali m’impediscono di essere con voi. Volentieri v'invio, allora, il mio augurio mediante questo messaggio.

 

Non dimenticatevi mai, carissimi medici, della grandezza della vostra professione. Di fronte a qualsiasi difficoltà che possiate incontrare quotidianamente, siate forti e coraggiosi e nulla v’impedisca di prendervi cura del malato che a voi ha affidato la sua vita.

 

Non dimenticate, infatti, che per chi crede, la passione terapeutica del medico, ossia la sua condivisione del soffrire e il suo impegno operativo che non si risparmia in tempo ed energie, si presenta, in un certo senso, come una partecipazione alla cura e alla preoccupazione che Dio stesso ha per ogni creatura, specie se debole e provata dalla malattia è dalla sofferenza. Si può forse dire, ovviamente nella consapevolezza di parlare "per analogia", che il medico, con la sua presenza e la sua azione, è una sorta di "miracolo vivente", proprio perché anche la missione del medico, almeno in linea di principio, è partecipazione e, in qualche modo, rivelazione dell'amore di Dio che si prende cura dei suoi figli.

 

Questo modo di essere del medico non può accettare alcuna coercizione da qualunque parte dovesse venire.

 

Nulla può e deve distogliere il medico dal prendersi cura e dal mettersi al servizio del malato, attività le più nobili ed autentiche della sua professione. Alibi non sostenibile sarebbe quello di prendere a pretesto negativo eventuali rigori economici o burocrazie opprimenti.

Spetta a voi, a ciascuno di voi, con le vostre organizzazioni e legittime rappresentanze, individuare e custodire gli spazi, indicare linee guida, offrire soluzioni perché l'esercizio della vostra professione avvenga in modo autentico e pienamente umano.

 

Certamente segnali positivi si riscontrano e in linea generale ritengo che il comportamento quotidiano di migliaia e migliaia di medici sia rispettoso delle norme etiche, poste a fondamento della professione medica.

 

Un problema aperto è quello riguardante i giovani medici: quali e quanti occasioni di crescita culturale e formativa in campo etico trovano, oggi, lungo il loro cammino? Quali risposte offrono coloro che per dovere hanno scelto di dedicarsi alla loro formazione?

 

Ritengo che il compito primario di chi si occupa della formazione permanente del medico debba essere anche quello di saper offrire, oltre a momenti formativi di crescita in campo tecnico- scientifico, anche momenti di crescita in campo filosofico -umanistico, l'unico in grado di dare un senso a ciò che si fa.

 

Salvaguardate sempre il rapporto umano fra voi e il paziente: rapporto fondamentale e insostituibile.

 

Se il medico vuole, come deve, darsi da fare per "guarire" il malato, il sofferente e il morente (la qual cosa, per altro, non è sempre possibile) e, ancor più, prendersi cura di loro, non può non farsi loro "compagno" nel cammino della vita, per aiutarli, con umile delicatezza ed insieme con amore coraggioso, a dare un senso a ciò che stanno vivendo. E’ proprio questa “compagnia” a decidere della maturità e della perfezione umana, morale e spirituale, della professione del medico. Ed è la stessa compagnia il luogo privilegiato ove far vivere ed alimentare la fiducia del malato nei confronti del medico.

 

Questo accompagnamento, si rivela particolarmente urgente e necessario oggi, in un contesto culturale segnato da una grave "crisi di senso". Oggi c’è, quindi, bisogno di un supplemento di razionalità, meglio di un supplemento di coraggio e di audacia da parte di una ragione che non può rinunciare a pensare, a interrogarsi, a lasciarsi sfidare dalla domanda sul senso del vivere, del soffrire e del morire.

 

Anzi, a ben vedere, di tutto questo c'è bisogno comunque e sempre, perché l'uomo - quello di oggi come quello di ieri e di sempre -, proprio se vuole essere uomo e vivere in modo umano, non può accontentarsi solo di vivere, ma avverte insopprimibile dentro di sé il bisogno di sapere il "perché" vive e, quindi, il perché soffre e il perché muore. Sì, l'uomo è un essere che cerca la verità, e la prima verità a cui aspira riguarda, appunto, il senso del suo vivere, soffrire e morire. Di fronte a questo anelito radicato nel cuore della persona, il medico deve potere e sapere offrire una presenza, una testimonianza e una parola che siano in grado di affiancare colui che soffre, illuminandolo e orientandolo.

 

Ricordatevi che il primo responsabile della salute della sanità per la salute della persona è il medico e il primo mezzo per guarire la sanità malata è l'impegno a raggiungere livelli sempre più alti di competenza e di professionalità.

 

Per questo, non soltanto avete il dovere di assistere, curare e guarire il malato, ma anche quello di ricercare nuove strade terapeutiche all'interno di una vera scuola di medicina e scienze umane. E in questo modo così concreto arriverete a possedere e a vivere una maggiore e vera libertà nella fatica e nell'avventura del vostro lavoro quotidiano.

 

Ma, attenzione! Se è così grande la missione e così grave la responsabilità del medico, quanti hanno un compito istituzionale nell'ambito politico, legislativo, amministrativo e dirigenziale sono chiamati anche loro ad acquisire i riferimenti antropologici ricordati per il medico e quindi a favorire il medico stesso nella sua attività quotidiana senza inutili mortificazioni e impedimenti.

 

Sono molte e diverse le forme secondo cui, proprio nel campo della salute e della sanità, si può venir meno al rispetto dovuto all'uomo.

 

In questi anni le ho rimarcate più volte e in diverse occasioni: lo faccio ancora una volta perché lo ritengo quanto mai necessario.

 

Si pensi, per esemplificare, ad una concezione meramente fisicista e vitalistica della persona, anzi dello stesso corpo umano: una concezione che ne dimentica gli aspetti psicologici, relazionali, affettivi, spirituali.

 

Si pensi, ancora, alla cosiddetta aziendalizzazione della sanità: indubbiamente legittima, anzi doverosa nel senso dell'efficienza e della spinta imprenditoriale da cui devono essere animati tutti gli operatori sanitari, dal primo all'ultimo, perché in tal modo si evitano sprechi di risorse, che sono un bene comune universale; ma problematica e talvolta inaccettabile se l'aziendalizzazione della sanità volesse "scimmiottare" altre aziende importando acriticamente da quelle criteri e modelli non applicabili al settore sanitario. C'è, infatti, una specificità dell'ospedale, della clinica, della casa di cura che dev’essere sempre salvaguardata e promossa, a partire da un limite etico invalicabile, ossia il diritto della persona malata e sofferente ad essere curata.

 

Di fronte al malato, al malato che a voi si è affidato e che è lì, dinnanzi a voi che vi guarda e attende la vostra parola, sappiate cogliere in voi stessi tutte le componenti umane del vostro essere: scienza, coscienza, umanità intrecciate indivisibilmente in una sensibilità e in una delicatezza ineffabili.

 

Oggi, per ciascuno di voi, diventa imperativo riandare alle fonti del sapere medico e riscoprirne il carattere più autentico e più radicale: essere "custodi e sen,i" della vita umana.

 

Solo così potrete comprendere e gustare fino in fondo lo straordinario pronunciamento di Paolo VI (22 marzo 1965):

 

"E infine siete medici: a tale sorte, a tale mento "nullum par elogium". Assistere, curare, confortare, guarire il dolore umano, assicurare e restituire all'uomo vita sana ed efficiente, quale altra attività può essere per dignità, per utilità, per idealità (dopo, ma a fianco di quella sacerdotale), superiore alla vostra? Quale altro lavoro può più facilmente del vostro, con un semplice atto interiore di soprannaturale intenzione, diventare carità? Cioè salire ai vertici dei valori umani, anzi iscriversi, come appunto la carità che mai morirà, fra quelli eterni".

 

Rinnovandovi affettuosamente il mio saluto e il mio augurio, imploro su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie, sui vostri malati la benedizione del Signore.

 

 

Ç Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano

Milano, 11 febbraio 2004