giovedì
10 luglio 2008, pag. 2
L’ALIMENTAZIONE
NON È TERAPIA
Eluana non era morente Ora è condannata
di
L a drammaticità della vita umana appare in tutta la sua incalzante
urgenza e nel suo insopprimibile interrogativo quando la malattia e la
sofferenza ci colpiscono. Ancor più se esse durano nel tempo e non si aprono
punti di fuga, almeno a vista d’uomo.
Della malattia e della
sofferenza si dovrebbe parlare in prima persona (alcuni lo hanno fatto, altri
non ne hanno avuto modo), perché solo l’esperienza rende più evidente la realtà
e lucido il giudizio della ragione. Se la sua situazione fosse rimasta nel
dovuto riserbo – protetta come si doveva da ingerenze giornalistiche,
giuridiche e politiche – di Eluana non avremmo voluto scrivere, tanto distante
è l’esperienza che ci separa da lei e dai suoi familiari. Ma così non è stato.
Il suo è diventato un caso pubblico, caricato di valenze e allusioni emotive,
simboliche, giurisprudenziali e amministrative, e, dunque, non può restare
senza una valutazione clinica, deontologica ed etica, senza una riflessione
culturale e sociale. In punta di piedi, bisbigliando – come quando si entra
nella stanza di chi sta male – dobbiamo quindi parlare, col massimo rispetto, o
meglio, con grande amore verso di lei.
Anzitutto la realtà clinica: Eluana non è morta (né dal punto di
vista cardiocircolatorio e polmonare, né sotto il profilo cerebrale) e neppure
sta per morire (non è un 'malato' con prognosi terminale). La condizione di
«stato vegetativo persistente» in cui versa da anni non è clinicamente
identificabile con uno stato di «coma irreversibile» dal quale si differenzia,
tra l’altro, per la possibilità (non escludibile) di un risveglio, spontaneo o
stimolato, e la presenza di una importante attività elettrica cerebrale e di
movimenti di apertura degli occhi, stimolati e non. Anche il 'senso comune'
(per non dire dello sguardo clinico) apprezzano queste differenze obiettive.
Inoltre, la paziente non subisce nessun tipo di trattamento che
possa ricadere nella fattispecie dell’«accanimento terapeutico»: al contrario,
essa viene curata amorevolmente dal personale medico e infermieristico che la
assiste e le assicura l’idratazione, l’alimentazione, il ricambio, la mobilizzazione
ed altre cure nella forma che corrisponde ai suoi bisogni fisiologici
essenziali. Perché privarla di tutto questo per porre fine ai suoi giorni? Come
il medico e l’infermiere potrebbero abdicare – seppure in ottemperanza ad una
sentenza – alla propria scienza e coscienza, la cui evidenze mostrano
ragionevolmente che attuare quanto previsto dalla Corte significa condannare a
morte certa questa giovane donna?
Da oltre due millenni e
mezzo, la medicina è nata e si è sviluppata in Occidente per curare ogni
paziente in qualunque circostanza fisica o morale si trovi; solo in epoca
recente, e oggi sempre più e meglio, anche per restituirgli la salute e
salvargli
Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando
dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare
l’idratazione e il nutrimento del paziente». E nel caso di Eluana, esse
continuano a risultare di provata utilità nel sostenere la fisiologia del suo
organismo e consentire la vita della persona.
In questa delicata materia il foro giudiziale non appare essere la
sede più appropriata per decisioni che, nella lunga storia della cura
dell’uomo, hanno trovato nell’alleanza terapeutica tra paziente, congiunti e
medico un luogo appropriato e ragionevole di composizione dei diritti e dei
doveri, tra i quali figura – secondo il detto evangelico – quello di «dare da
mangiare agli affamati e da bere agli assetati».