XXIII Congresso Nazionale Amci - 60° di fondazione

Medicina e dignità umana

I medici promotori di salute e strumenti di salvezza

Bari, 11-13 novembre 2004

Prolusione

Bari - Teatro Piccinni, 11 novembre 2004

 

 

Vivere la propria umanità da medici

 

 

Il XXIII Congresso Nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, celebrato quest’anno nel 60° anniversario della fondazione dell’Associazione, intende fornire un contributo di riflessione e una proposta di azione a partire dal riconoscimento del profondo rapporto che esiste tra la professione della medicina e la dignità dell’uomo.

È, questo, un tema indubbiamente fondamentale per la comprensione del significato e del valore umano e cristiano del “prendersi cura” della persona del malato. Ma è anche un tema assolutamente necessario e decisivo per orientare i recenti e continui sviluppi della scienza biomedica e della clinica medica e chirurgica, affinché essi siano sempre rivolti al bene dell’uomo – ossia di ogni uomo e di tutto l’uomo –, che il medico è chiamato a servire quotidianamente attraverso la sua competenza e la sua dedizione professionale.

Per cercare di focalizzare il rapporto che esiste tra la medicina – come scienza biomedica e come prassi clinica – e la dignità dell’uomo, dobbiamo anzitutto soffermarci a considerare quale sia la concezione di dignità umana che è propria della antropologia cristiana, ossia della visione che dell’uomo offrono la rivelazione di Dio e la fede in Gesù Cristo.

Mi colloco in questo orizzonte cristiano, per un duplice motivo. Anzitutto perché l’antropologia cristiana ha piena fiducia nella ragione umana e a questa ricorre per delineare, con una riflessione matura e critica – ossia scientifica –, il volto dell’uomo-persona, la sua struttura, i suoi dinamismi, le sue finalità. Del resto, nella prospettiva cristiana, come è noto, non si dà separazione e tanto meno contrapposizione tra ragione e fede. Si dà, piuttosto, una vera e propria “alleanza” e, insieme, l’appello a che la ragione umana sappia “osare di più”, giungendo sino alle soglie del mistero, come rileva efficacemente l’enciclica Fides et ratio). Mi colloco poi in questo orizzonte cristiano perché è quello proprio della Chiesa, nella quale come Amci noi ci muoviamo.

Iniziamo da un dato, evidente sì ma del quale non sempre si traggono le dovute conseguenze. L’uomo-medico e l’uomo-paziente, prima ancora che distinguersi per i due ruoli che le circostanze della vita hanno loro assegnato (e che, in qualche caso, possono anche invertirsi: il medico, presto o tardi, diventa a sua volta paziente e alcuni pazienti sono o diventeranno dei medici), hanno in comune l’essere uomo e – in quanto tale – posseggono una pari dignità.

Non è dunque possibile parlare della relazione tra medicina e dignità umana solo in riferimento alla dignità dell’uomo-paziente, trascurando che anche l’uomo-medico vede la sua dignità messa in gioco in ogni atto medico che caratterizza la sua vita professionale. Sì, siamo chiamati a non restringerci, come spesso avviene, a considerare la dignità del paziente, ma ad allargare, con identica convinzione e forza, la considerazione sulla dignità del medico.

In realtà, una medicina che non si interroga sul fondamentale rapporto che essa intrattiene con la dignità dell’uomo rischia non solo di disumanizzare il paziente, ma anche di disumanizzare il medico. E così il paziente finisce per diventare un “caso clinico”, un “oggetto patologico di indagine” o un “cliente” da soddisfare in vista di un guadagno professionale. E il medico si trasforma in uno “iatrotecnico”, un “esperto della malattia” o un “fornitore di prestazioni sanitarie” dietro adeguato compenso.

La qualità umana della relazione medico-paziente è fatta salva solo se e nella misura in cui entrambi i protagonisti della relazione sono considerati nel loro essere uomini e donne, la cui dignità si afferma e viene riconosciuta come fondamento della relazione terapeutica stessa.

Ma quando parliamo di dignità umana, a che cosa facciamo riferimento?

 

1.    «Che cosa è l’uomo perché te ne curi e il figlio dell’uomo perché te ne ricordi?» (Salmo 8, 5)

 

Partiamo da un interrogativo, semplicissimo e insieme capitale e formidabile, tanto ricco e complesso. Lo formuliamo con le parole dell’antico orante di Israele che nel Salmo si chiede: «Che cos’è l’uomo perché te ne curi e il figlio dell’uomo perché te ne ricordi?» (Salmo 8, 5).

Chiediamo, dunque, la risposta alla Parola di Dio. Ora questa ci rivela chi è l’uomo, non già presentando in modo astratto e secondo un quadro sistematico la sua natura, ma in termini concreti, vivi e dinamici, ossia narrando la storia che Dio attua nell’uomo e con l’uomo, la storia della salvezza dell’uomo.

Ecco allora a grandissime linee, con alcune pennellate rapide, il volto dell’uomo come è delineato dalla Parola di Dio.

L’inizio della rivelazione divina sulla origine e sul destino e, quindi, sul significato essenziale e qualificante dell’uomo coincide con l’inizio della storia della salvezza, che così ci viene narrato dal libro della Genesi. «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1, 26-27).

Nell’immagine di Dio (imago Dei) è racchiusa e custodita tutta la dignità dell’uomo e la sua sublime vocazione: egli è chiamato a vivere secondo l’altezza e la profondità di quel “mistero” o disegno divino che è stampato e che risplende in lui (cfr. Romani 8, 28-29), qualunque sia la condizione fisica, morale, sociale o storica in cui si trova.

Nulla, neppure il peccato di Adamo e di Eva e quello dei loro discendenti, ha potuto cancellare la dignità specifica dell’uomo e della donna. La ribellione al Creatore e l’idolatria delle creature (cfr. Romani 1, 25) hanno sì deturpato e offuscato la dignità umana nel suo essere «irradiazione» della gloria di Dio e «impronta della sua sostanza», secondo quanto scrive la Lettera agli Ebrei (1, 3) (o, in termini ancora più forti, usati da sant’Ireneo da Lione: gloria Dei); ma non hanno privato l’uomo di quel legame costitutivo con la sua origine e il suo destino in cui propriamente consiste la sua dignità.

Sì, l’uomo ha “radici divine”, che niente e nessuno possono estirpare. E per questo ha un’innata “nostalgia” di queste radici. È una nostalgia che significa non una semplice emozione o un vago desiderio, ma una tensione profonda e insopprimibile, una polarizzazione sempre in atto e irresistibile verso colui che ha posto quelle radici nell’uomo. Principio e fine si richiamano necessariamente.

E ancora, l’immagine di Dio nell’uomo è stata ricomposta in tutto il suo splendore e manifestata in tutta la sua pienezza con la venuta nella carne umana – attraverso il grembo e il cuore di una giovane donna di Nazaret, Maria – del Figlio eterno di Dio, del «Verbo della vita» (1 Giovanni 1, 1).

«Così giunge al suo culmine – come afferma Giovanni Paolo II nella enciclica Evangelium vitae – la verità cristiana sulla vita. La dignità di questa non è legata solo alle sue origini, al suo venire da Dio, ma anche al suo fine, al suo destino di comunione con Dio nella conoscenza e nell’amore di lui» (n. 38).

L’antropologia cristiana – la verità integrale di tutto l’uomo e di ogni uomo – è così svelata attraverso la storia della salvezza, di cui l’uomo è, contemporaneamente, il destinatario ed il collaboratore di Dio, soggetto e strumento di un disegno d’amore con il quale Dio raccoglie tutte le potenzialità di vita e di bene e contrasta le forze di morte e di male che nascono dal peccato (cfr. Sapienza 1, 13-14).

 

2.   La dignità dell’uomo: una splendida verità e una profonda esigenza morale

 

So di scontrarmi con una cultura diffusa e anche radicata nel nostro mondo attuale: una cultura che non ama eccessivamente l’essere come tale, ma preferisce fermarsi esclusivamente sull’esistere, letto peraltro come un esistere “ab-soluto”, ossia – secondo la sua stessa etimologia – “sciolto” dall’essere come tale e totalmente posto nelle mani dell’uomo, ossia nella sua volontà di potenza, nei suoi desideri soggettivi, nella sua sete utilitaristica e consumistica.

Di fronte a questa cultura, ripropongo, al contrario e a ragion veduta, l’affermazione del grande filosofo e teologo san Tommaso, per il quale «la dignità denota la bontà di qualcosa per se stessa (propter se ipsum)» (III Sent., d. 35, q. 1, a. 4).

La vita dell’uomo è sempre un bene in se stessa e per se stessa (cfr. Evangelium vitae, n. 34). Ed è in ragione di questa sua natura di bene che la vita di ogni uomo, in qualunque circostanza o condizione essa sia vissuta da un uomo o da una donna e a qualunque stadio del suo sviluppo essa si trovi – embrione, feto, bambino, adulto, anziano o morente –, è portatrice di una dignità inalienabile, la cui sorgente è il suo legame particolare e specifico con il Creatore: «La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura» (Evangelium vitae, n. 34)

Riconoscere la dignità inalienabile dell’uomo è affermare una verità splendente di bellezza e insieme “pesante”, ossia seria e impegnativa, perché carica di esigenze morali. La bellezza della vita umana, che è percettibile anche nelle circostanze più drammatiche e dolorose dell’esistenza, è lo splendore della sua verità, del suo essere l’immagine e la somiglianza della perfezione di Dio stesso (cfr. Genesi 1, 26): «quel capolavoro – scriveva sant’Ambrogio – che è l’uomo [...], il culmine dell’universo e la suprema bellezza di ogni essere creato» (Exameron, VI, 75).

Penso che sia stata proprio questa bellezza che vi ha attratti, sin dai primi anni del vostro studio universitario, verso una conoscenza sempre più profonda della architettura morfologica del corpo umano, della esattezza dei meccanismi fisiologici che presiedono al suo sviluppo e al mantenimento della omeòstasi, dei processi di difesa dagli agenti patogeni e di riparazione del danno biologico provocato dalla malattia, delle complesse funzioni del sistema nervoso e dei delicati equilibri della mente. Bellezza somatica e psichica, dalla quale – aggiungo – non siete più riusciti a staccarvi neanche con l’inizio della attività professionale, clinica o di ricerca. Ma, soprattutto, bellezza spirituale, che avete imparato a conoscere nel colloquio con il paziente, nell’ascolto delle sue riflessioni sulla vita passata e delle sue considerazioni su quella a venire, nelle confidenze dei suoi affetti verso i propri cari e della preoccupazione per il loro destino, e – in particolar modo – nelle espressioni del profondo senso religioso che connota ogni animo sofferente, sia che esso si esprima in un atto di fede sia che rimanga come domanda aperta, e talora inespressa, di salvezza.

Il riconoscimento della dignità dell’uomo non porta con sé solamente lo stupore ammirato per la sua bellezza e grandezza, ma ha anche un carattere morale. È infatti una verità esigente, portatrice di significati che interpellano la coscienza dell’uomo, credente e non, e suscitano una doverosità etica. La verità dell’uomo, così come la ragione dell’uomo arriva a intuirla e la rivelazione di Dio ce la fa comprendere pienamente, non è un dato solo conoscitivo, un sapere teorico che non obbliga a niente.

L’antropologia della vita umana come un bene fondamentale che riposa sulla origine e sul destino trascendente di ogni uomo configura e plasma ogni altro bene umano di ciascun uomo con cui interagiamo nel mondo. La dignità umana esige un rispetto verso tutti i beni umani particolari, a motivo della quale essi non sono più solamente dei beni fisici, cognitivi, affettivi, relazionali o sociali: sono valori, cioè beni morali e, dunque, sorgente di responsabilità. In quanto questa responsabilità interpella e impegna altri soggetti, questi beni morali sono anche dei diritti propri, che suscitano rispettivi doveri di riconoscimento e di tutela.

In tal modo, la dignità umana diviene norma dell’agire dell’uomo verso se stesso e verso gli altri uomini e diviene misura della qualità morale della relazione interpersonale che caratterizza molte forme dell’attività dell’uomo.

Tra di esse la medicina – nel suo articolarsi in atti medici diagnostici, preventivi, terapeutici e curativi – occupa un posto speciale a motivo del bene dell’uomo che è oggetto dell’interesse del rapporto tra medico e paziente: il bene cioè della salute.

 

3.   Dignità umana e promozione della salute

 

La salute è un bene prezioso dell’uomo e la sua cura e promozione costituisce un impegno morale di ciascuno: un impegno che ha la propria radice più profonda nel riconoscimento della dignità della vita umana, la quale chiede di essere protetta e valorizzata nella sua dimensione somatica e psichica non meno che in quella spirituale, sia nella propria persona che in quella dell’altro. Non solo ogni forma di disprezzo della vita fisica è aliena ad una antropologia cristiana, ma la stessa trascuratezza della salute del corpo e della mente è negatrice di quella concezione unitaria della persona umana – «corpore et anima unus», come sinteticamente e felicemente si è espresso il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 14) –, che nasce dalla riflessione sul mistero della Incarnazione e della Risurrezione e dalla esperienza di vita redenta dell’uomo.

La vostra qualifica di medici cattolici – uomini e donne che riconoscono nell’esperienza della fede la sorgente della propria vita personale, familiare e professionale – vi rende in qualche modo continuatori dell’attività terapeutica del Signore, che troviamo così riassunta dall’evangelista Matteo: «Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva» (Matteo 4, 23-24)

Le guarigioni operate da Gesù non consistevano solo nell’eliminazione di un fenomeno patologico. Esse erano anche segni profetici dell’avvento del Regno di Dio, del compimento della promessa di salvezza che si stava realizzando «nella pienezza dei tempi» (cfr. Efesini 1, 10; cfr. Galati 4, 4) e nella sua stessa persona, il Figlio di Dio venuto nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini. Nell’azione di Gesù, la guarigione della carne e la salvezza di tutto l’uomo, nella sua inscindibile unità di anima e di corpo, erano espressione di un’unica misericordia di Dio che, per la potenza dello Spirito Santo, guariva ogni sorta di malattia e risanava «tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (Atti 10, 38).

In Gesù, il bisogno di salute e la domanda di perdono e di salvezza che albergano nel cuore dell’uomo malato trovano un’unica risposta. Emblematiche al riguardo sono le parole con cui Gesù ribatte agli scribi e ai farisei scandalizzati perché rivendica il potere di rimettere i peccati che – dicono – appartiene a Dio soltanto (cfr. Luca 5, 21): «Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». (Luca 5, 23-24). Nella prospettiva del Regno di Dio, malattia e morte – entrate nel mondo con il peccato – non sono un destino insuperabile, ma un male da cui Gesù ci libera attraverso la sua stessa persona, che è il Vangelo della salute e della vita (cfr. Evangelium vitae, n. 29).

Come dunque il peccato originale ha provocato effetti che toccano tutta la persona umana, nella sua unità spirituale e corporea, così il Regno che Gesù è venuto a inaugurare come nostro nuovo destino e cammino vocazionale riguarda l’uomo nella sua integrità. La guarigione miracolosa, mentre libera il malato dalla malattia, evidenzia quel disegno di Dio entro il quale la malattia è un male da vincere, come è stato vinto il peccato di Adamo e di Eva. Nel Vangelo non si dà una salvezza spirituale disgiunta dalla salute anche del corpo. Il corpo, per quanto mortale, non è destinato alla corruzione definitiva, ma alla risurrezione, perché è una dimensione coessenziale del nostro io, senza la quale la persona umana non esisterebbe, e non ha altro destino finale che quello dell’anima stessa.

I miracoli della guarigione dalle malattie che Gesù compie segnano una possibilità e un compito per il medico: quello di promuovere la salute con le proprie mani e di essere strumento di salvezza nelle mani di Dio, come richiamato dal sottotitolo di questo Congresso. I miracoli di Gesù non sono gesti che manifestano l’impotenza dell’uomo e la potenza di Dio come dimensioni inconciliabili dell’esistenza. Essi, piuttosto, manifestano l’economia della salvezza, il Regno cui il Signore ci destina e ci chiama, nel quale la sua «potenza si manifesta pienamente nella debolezza» dell’uomo (2 Corinzi 12, 9).

I medici non sono chiamati a compiere miracoli – anche se talora questi accadono sotto i loro occhi o attraverso le loro mani –, né è chiesto loro di essere la salvezza dell’uomo, perché Cristo lo ha già salvato una volta per sempre sulla croce, offrendo la sua vita per tutti gli uomini.

Il miracolo non è un’alternativa all’attività del medico. Piuttosto, esso indica al medico qual è il compito della sua professione e l’impegno della sua vita, se egli intende lavorare entro la prospettiva del Regno di Dio: essere custode e servitore della vita dell’uomo e della sua dignità, curandone e promuovendone la salute, ed essere strumento della salvezza che Dio solo dona all’uomo.

A questo il medico cattolico è abilitato e impegnato in forza del suo essere fedele laico della Chiesa e nella Chiesa, con una propria vocazione e missione pertinente alla salvezza annunciata e realizzata da Gesù, la cui domanda egli spesso raccoglie dalle labbra, dagli occhi e dallo spirito dei malati che chiedono la salute mentre implorano la salvezza. La domanda di salute non può essere separata da quella della salvezza perché l’uomo fa esperienza di sé stesso come di una unità e non come di una dualità di anima e di corpo. Così il protendersi del malato verso la guarigione del corpo è inscindibile dall’anelito del suo spirito verso la vita che non ha tramonto.

 

4.   Il dualismo tra corpo e anima e la separazione della medicina del corpo da quella dell’anima

 

Quanto abbiamo or ora detto è di difficile comprensione o può persino correre il rischio di essere respinto. E questo per motivi diversi, tra i quali il fatto che l’odierna cultura occidentale è decisamente segnata dalla vicenda filosofica della concezione dualista dell’uomo: la cultura dominante si schiera per una antropologia nella quale anima e corpo, spirito e materia sono le due parti dicotomiche di un soggetto la cui unità è solo apparente, precaria, destinata a scomporsi per sempre con la sua morte.

Al contrario, noi sappiamo che l’antropologia ebraico-cristiana si configura come profondamente unitaria. Essa non nega affatto né attenua la distinzione che esiste tra le diverse capacità dell’uomo e la molteplicità strutturale e funzionale dell’organismo umano, da un lato, l’intima natura spirituale dell’anima, dall’altro lato. Tuttavia non concepisce l’uomo come il risultato della compresenza di due realtà, bensì come qualcosa che è “uno” e che va trattato come “uno”.

Si tratta di una “unitarietà” che riguarda l’uomo non solo nel suo “essere”, ma anche nel suo “esistere” e, dunque. nella sua storia, più specificamente nella sua “storia di salvezza”. In tal senso l’antropologia ebraico-cristiana ha in sé una dimensione soteriologia: l’uomo è sempre termine di una salvezza, accolta o rifiutata.

Nella concreta situazione storica dell’umanità, il dolore, la sofferenza e la morte sono connessi con il peccato d’origine e con le sue conseguenze. Ma, per liberarci dal peccato e dalla morte, il Figlio di Dio si è fatto carne, è morto ed è risorto. Da allora il destino di morte dell’uomo è stato mutato in un destino di vita, e la sofferenza e la morte non sono più una condanna definitiva e invincibile che grava sulla sua esistenza.

Entro questa concezione antropologica e soteriologica, la malattia e la sua cura – che è affidata al medico – non possono essere comprese senza un riferimento a tutto l’uomo, colto non solo nella sua origine, ma anche e in particolare nel suo destino. La dignità del malato e della sua sofferenza non è apprezzabile come “dignità umana” se il suo corpo viene indagato e trattato semplicemente come il “corpo di un uomo” e non, invece, come un “corpo umano”. Quando il medico è indotto ad agire per curare il corpo come se dovesse mettere tra parentesi la totalità dell’uomo, la tentazione di non rispettarlo pienamente secondo quella dignità che gli è propria si fa più forte e pervasiva. La promozione della salute del corpo senza la collaborazione alla salvezza dell’uomo è una strada in discesa, che porta sempre più lontano dal profondo rispetto che è dovuto ad ogni uomo e a tutto l’uomo, dal suo concepimento fino alla morte.

Una medicina del corpo separato dall’anima è destinata a diventare una medicina senz’anima, il cui rispetto verso la dignità dell’uomo è condizionato da un calcolo utilitaristico della qualità della vita e non da una accoglienza e da un servizio alla vita di tutti e di ciascuno dei sofferenti.

Senza rispetto incondizionato verso la dignità del malato non vi può essere dignità del medico.

 

5.   La dignità del medico è la forma che la sua dignità umana assume attraverso gli atti che sono propri della medicina

 

Anche quando si ricorre ad espressioni quali “dignità professionale”, “dignità scientifica”, “condizioni dignitose in cui operare” o “stipendio dignitoso”, il soggetto di cui la dignità specifica è affermata o negata è uno di noi: un uomo o una donna come noi. E, come ognuno di noi, è carico di gioie e di sofferenze, di trepidazioni e di attese, di speranze e di delusioni, di passione e di stanchezza, ma, in particolare, è chiamato a realizzare la propria vocazione di “immagine” e “somiglianza” di Dio attraverso un preciso “compito” che gli è stato affidato e che egli ha accolto e fatto proprio nella forma dell’esercizio della medicina.

Di questa professione il medico è chiamato a scoprire l’autentico significato (logos) nella sua vita, quel senso vero che viene custodito e promosso dalla norma morale (ethos) che ispira e guida le sue azioni concrete. Potremmo anche dire che il medico incarna liberamente e responsabilmente nella sua “storia” la medicina come forma di realizzazione del suo essere uomo, chiamato – come tale – a far fiorire la propria umanità secondo il disegno di Dio, precisamente quel disegno che Dio Creatore ha stampato indelebilmente nell’essere stesso dell’uomo, ossia nei suoi dati strutturali, nei suoi dinamismi profondi, nelle sue finalità fondamentali. L’essere uomo e il vivere la propria umanità come medico sollecitano l’agire e si realizzano in esso e attraverso di esso. È questo il senso compiuto del noto assioma: agere sequitur esse.

La dignità del medico, che la pratica della medicina deve stimare, salvaguardare e incoraggiare al pari di quella del malato come imprescindibile dimensione professionale e sociale, non può essere subordinata a nessun interesse organizzativo, economico o politico, ma deve essere anzitutto riconosciuta come un potente fattore di promozione di quel bene comune che è la salute dei cittadini. Un medico che vive con dignità il proprio impegno professionale è premessa irrinunciabile per una migliore qualità della relazione medico-paziente e per una attenzione ai bisogni sanitari di tutti.

Come si realizza la dignità umana del medico nella sua professione? Come egli può vivere la propria umanità da medico?

Per una risposta, vorrei riproporre qualche linea essenziale di quelle che ho più volte chiamate l’antropologia del dono e, di consulenza, l’etica del dono, precisamente a partire dalla “categoria del dono” come categoria fondamentale per definire l’essere e l’agire dell’uomo. Si tratta di un’antropologia e di un’etica che sono state sviluppate in termini originali e affascinanti da Giovanni Paolo II, in particolare nella sua lunga catechesi del mercoledì sul corpo umano, più precisamente sul suo “significato sponsale”.

È il dono che definisce il logos, la verità, il senso dell’uomo come tale, e quindi della vita umana in ogni sua azione (actus humanus). È il dono che, conseguentemente, costituisce l’ethos, il compito, la responsabilità della vita umana in ogni sua circostanza  (historia personae).

Sono convinto che proprio attraverso questa categoria, apparentemente così lontana e astratta dai problemi quotidiani, concreti e complessi della medicina, questi stessi problemi possono essere affrontati dal medico attraverso un’illuminazione originale e feconda, perché scaturisce da una concezione del soggetto umano e della medicina che corrisponde al disegno stesso di Dio sull’uomo, di Dio che crea l’uomo e lo plasma, appunto, come “dono”, come “dono vivente e personale”, come “dono-che-si-fa-dono” e che, in tal modo, si realizza, si perfeziona e si compie.

C’è un testo del Concilio Vaticano II, nella costituzione Gaudium et spes, che risulta davvero basilare per questa concezione. Il Concilio ricorda che «l’uomo [...] in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso« e che non può «ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé (plene seipsum invenire non posse nisi per sincerum sui ispsius donum)» (n. 24).

Esperienza e riflessione umane concordano nel rilevare come la persona è un “io” aperto a un “tu”. Dicono con chiarezza inequivocabile che la persona non è solo razionalità, ma anche relazionalità.

Ora,, la relazionalità della persona si esprime e si attua secondo una duplice e inscindibile dimensione, quella della “comunione” (la persona è un “essere con gli altri”) e quella della “donazione” (la persona è un “essere per gli altri”). Nella sua semplicità, è splendido questo passaggio di una catechesi di Giovanni Paolo II: «Il dono rivela, per così dire, una particolare caratteristica dell’esistenza personale, anzi della stessa essenza della persona. Quando Dio Jahvè dice che “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18), afferma che da “solo” l’uomo non realizza totalmente questa essenza. La realizza soltanto esistendo “con qualcuno”, e ancor più profondamente: esistendo “per qualcuno”» (Catechesi del mercoledì, 9 gennaio 1980).

Dunque, l’essere “con” e l’essere “per” gli altri è vero per tutti gli uomini e per ogni uomo. Questo, però, assume connotazioni diverse nelle persone, in riferimento alla varietà delle vocazioni e dei compiti, dei talenti ricevuti e delle responsabilità affidate. Si dà una connotazione specifica, propria e peculiare del medico nel vivere la duplice dimensione della “comunione” e della “donazione”.

Nella vita professionale del medico, la dimensione della “comunione” – essere “con” gli altri – è realizzata attraverso l’esperienza della “alleanza terapeutica”. Un’espressione, questa, che fa riferimento implicito – ma quanto mai suggestivo – al prototipo di ogni autentica alleanza, quella stessa di Dio con l’uomo: Dio è l’Emmanuele, il “Dio-con-noi”. Ora, attraverso tale alleanza il bisogno di salute del malato e l’offerta professionale di aiuto da parte del medico si incontrano nel comune riconoscimento che ciò che unisce il paziente e il medico è molto di più di ciò che li distingue, è la stessa immagine e somiglianza con il Creatore e la stessa salvezza sgorgata dalla Croce di Cristo. E così una sola dignità, quella che cura e quella che viene curata, abbraccia l’umanità di due persone cui la vita ha riservato un pezzo di strada da percorrere insieme, lottando contro la malattia nella certezza che Dio solo dona la salvezza.

La dimensione della “donazione” – essere “per” gli altri – assume, nell’esperienza del medico, la forma della “carità professionale”, che ha trovato nella figura medici santi – tra cui ricordo, in particolare, Giuseppe Moscati e Gianna Beretta Molla – una esemplarità convincente e commovente.

Se il malato è di natura sua una persona bisognosa di cura, un ens indigens, il medico è per vocazione una persona che si offre di prendersi cura di questo bisogno, un ens offerens. Il vero fondamento del rapporto medico-paziente, che esalta la dignità dell’uno e dell’altro e nobilita la medicina, è il bisogno necessità-amore, cioè la carità.

Professionalità e carità nell’esercizio della medicina non sono antitetiche ma complementari: l’una senza l’altra renderebbe impossibile raggiungere lo scopo per il quale la medicina è, ad un tempo, una scienza e un’arte. Una scienza, perché continua a sorprenderci attraverso la sua capacità di conoscere l’uomo nella sua salute e nella sua malattia. Un’arte, perché non smette di stupirci attraverso lo spettacolo della dedizione al servizio dei sofferenti di molti tra i suoi migliori cultori, che dedicano la loro vita a questa missione.

 

6.   Il medico come buon samaritano: «e si prese cura di lui»

 

A mo’ di conclusione, vorrei rilevare come la “comunione” – l’essere “con” gli altri – e la “donazione” – l’essere “per” gli altri – sono sì esigenze naturali, che si radicano e si sprigionano dalla struttura relazionale propria della persona umana, ma sono anche, e non meno, esigenze e, ancor più, risorse nuove e originali, che derivano dall’uomo reso “creatura nuova in Cristo”.

La legge naturale o creaturale, infatti, viene ripresa, confermata ed elevata a “legge nuova”, a legge della grazia, a «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù» (Romani 8, 2). È questa lex Spiritus vitae che esige – e, ancor prima, rende possibile e offre l’energia perché ciò si possa realizzare – che il cristiano viva la comunione e la donazione: la viva “come” l’ha vissuta Gesù Cristo, non semplicemente “imitando”, ma propriamente “condividendo” la sua vita di comunione e di donazione.

Per tutti i cristiani, e in particolare per i medici, è altamente paradigmatica la notissima parabola del “buon samaritano” (cfr. Luca 10, 29-37). È lui, Gesù Cristo in persona, il vero, grande e, in un certo senso, unico “Buon Samaritano”, al quale possiamo e dobbiamo ispirarci nel nostro atteggiamento e comportamento quotidiani.

Gesù dona di rivivere la sua unica e straordinaria “comunione” con l’uomo incappato nei briganti, spogliato, percosso e lasciato mezzo morto. Non passa oltre, come fanno il sacerdote e il levita. Ma “gli si fa vicino” (cfr. v. 34), con una vicinanza che scaturisce dal suo sguardo e, ancor più, dal suo cuore compassionevole: «lo vide e n’ebbe compassione» (v. 33).

Anzi, una vicinanza che si fa “comunione”, come emerge da ciò che immediatamente fa: gli fascia le ferite versandovi olio e vino, lo carica sul suo giumento e lo porta a una locanda (cfr. v. 34). Altro farà ancora con l’albergatore (cfr. v. 35).

La sintesi di tutto e insieme il vertice, che testimoniano la sua comunione e, nel medesimo tempo, la donazione di sé, stanno nella parola conclusiva: «e si prese cura di lui» (v. 34). È lo stesso atteggiamento e comportamento che il buon samaritano chiede, a sua volta, all’albergatore: «Abbi cura di lui» (v. 35).

Ma c’è ancora dell’altro. Alla raccomandazione «Abbi cura di lui», segue una promessa: «ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (v. 35).

Ci è spontaneo interpretare questa promessa nei termini di una ricompensa – quella pienamente saziativa, anzi eccedente ogni nostra attesa – che Cristo, il Buon Samaritano, assicura a quanti egli associa alla sua “avventura di carità”, cioè di comunione e di donazione di sé.

Quanti lo imitano nella compassione e nel servizio agli altri – «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (v. 37) – avranno, in realtà, la felicissima sorpresa di “essere serviti” da Cristo stesso, di essere cioè il destinatario fortunato, il termine vivo, personale, definitivo e irreversibile di quell’amore di comunione e di donazione di Cristo, nel quale consiste la vita eterna e la sua beatitudine.

È scritto, infatti, nel Vangelo: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Luca 12, 37).

 

 

+ Dionigi card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano